L'ultima del ministro Scajola, dice «stronzo» a un operaio
di Masimiliano Amato
Se il povero Marco Biagi era un «rompicoglioni», i lavoratori sono degli «stronzi». Parola di ministro. Ormai si può affermarlo con un certo (elevato) coefficiente di certezza: Claudio Scajola, titolare del dicastero alle Attività Produttive, non è di quelli che contano fino a dieci prima di aprire la bocca. Assumesse questa sana abitudine eviterebbe certe cadute di stile che si trasformano spesso in chissà quanto inconsapevoli gaffe. L’ultima sortita del ministro ha lasciato basiti il suo stesso staff, qualche collega di partito che non è riuscito a mascherare il forte imbarazzo, un gruppo di imprenditori napoletani che lo accompagnava in una sorta di visita pastorale ai capannoni Atitech, azienda di manutenzioni aeronautiche al centro nelle ultime settimane di un tentativo di salvataggio.
Il confronto
All’ingresso dello stabilimento di Capodichino, il ministro è stato affrontato da un operaio, Paolo Esposito, che gli ha esternato le proprie preoccupazioni: «Altro che piano per salvarci – ha esclamato – ci hanno tolto la mensa e di colpo siamo tornati indietro di 40 anni. Ma tanto sappiamo già come finisce: che voi politici vi arricchite e gli imprenditori pure». La legittima protesta, insomma, di un lavoratore esasperato per il lungo tira e molla sul piano di salvataggio di Atitech, conclusosi due settimane fa con un accordo che lascia parecchio amaro in bocca alle maestranze. Scajola, rosso in viso, si è avvicinato ad Esposito e gli ha urlato: «Perché generalizza? È come se io dicessi che tutti i lavoratori sono stronzi come lei, però non lo dico (aggiungo che, involontariamente, ha citato William Blake ma che, ne sono sicuro, NON conosce, figuriamoci averlo letto...)
». Quindi, convinto di aver sistemato la faccenda, è entrato nel capannone per illustrare i termini dell’accordo, in compagnia del presidente degli industriali di Napoli e nuovo numero uno di Atitech, Gianni Lettieri, scuro in volto per l’intemerata del ministro, che fa il paio con la terribile freddura pronunciata su Marco Biagi appena tre mesi dopo l’uccisione del giuslavorista da parte delle Br.
Senza parole
Esposito è rimasto senza parole. Al suo posto ha replicato la Cgil Campania, per bocca del suo segretario, Michele Gravano: «Per le responsabilità che contraddistinguono il ruolo del ministro sono necessari nervi saldi e una grande capacità di ascolto delle istanze di tutti, in particolare dei lavoratori». Gli insulti di Scajola, inoltre, non hanno certo contribuito a rasserenare il clima all’interno di Atitech. Il piano di salvataggio, che prevede un massiccio ricorso alla Cig per gran parte dei 600 addetti, ha già comportato, per i lavoratori recuperati, un taglio allo stipendio del 10% e un aumento delle ore di lavoro settimanali. Per non parlare dell’indotto (140 addetti), completamente azzerato, con i lavoratori lasciati per strada senza ammortizzatori sociali.
Diceva Nicolas-Sébastien Roch: ci sono scemenze ben presentate come ci sono scemi ben vestiti. Ecco, un ministro che parla così e va blaterando in giro che il nucleare è pulito sarebbe piaciuto a Bonaparte, visto che in politica la stupidità non è un handicap......
Il tempo passa ma tutto resto immobile o addiritura regredisce...mi domandano spesso: è buffone chi per natura non lo può evitare o sono gli ita(g)liani amanti del cetriolo? Il tempo (e la storia) l'ha detto e ribadito diverse volte, eppure la risposta alla domanda non è di difficile .....
Massimo Mazzucco Luogocomune 9/10/2009
Tira una brutta aria negli Stati Uniti. Da un pò di tempo sembra di percepire segnali che puntano tutti nella stessa direzione: una esasperazione della polarizzazione ideologica, moltiplicata all’infinito dall’incognita della crisi economica, su cui aleggia l’oscuro fantasma di una pandemia di dimensioni catastrofiche. Dal punto di vista politico, la destra evangelica del Bible Belt non è riuscita a digerire l’elezione di un nero alla Casa Bianca, e sta lasciando emergere il suo odio mascherandolo da protesta per la politica “socialisteggiante” di Obama. Ma i toni estremi dei contestatori, che spesso si ritrovano a ritrarre il Presidente come una scimmia o come un cannibale con l’osso nel naso, tradiscono chiaramente la natura razzista del loro malcontento. Nel Sud si sente parlare sempre più seriamente di secessione, mentre Sarah Palin ha lanciato l’idea di un partito a sè, che unisca tutti gli evangelici e li separi definitivamente dai “normali” repubblicani senzadio. Paradossalmente, però, questo malcontento viene alimentato dall’intero partito repubblicano, che cerca compatto di bloccare la riforma sanitaria di Obama. I miliardi delle case farmaceutiche e delle compagnie di assicurazione piovono copiosi su chiunque si mostri disposto a combattere la riforma, oppure a combattere il presidente che vuole realizzarla. La cosa curiosa è che Obama non sta affatto tentando di “socializzare” il sistema, ma ha sfidato l’industria sullo stesso terreno del capitalismo, proponendo un servizio di copertura sanitaria statale che competa a pari condizioni con le assicurazioni private. Ma è proprio la competizione che i repubblicani non vogliono, ben sapendo che le assicurazioni private oggi non competono affatto fra loro: fingono solo di farlo, mentre in realtà formano un cartello compatto che tiene in pugno tutta la nazione. Il profitto medio annuale di una compagnia di assicurazione sanitaria, in America, è di circa trecento milioni di dollari. E nella media sono comprese anche tutte le società che falliscono. In tutto questo, aleggia sulla nazione lo spettro di una pandemia – naturale o indotta che sia - da virus H1N1. Molti ospedali hanno già reso obbligatoria la vaccinazione per tutto il personale sanitario, mentre diversi “whistleblowers” hanno denunciato che da tempo militari e poliziotti vengono addestrati a preparare posti di blocco, dove il cittadino verrà posto di fronte alla seguente alternativa: o ti fai vaccinare, o finisci in un campo di concentramento. Ma anche chi pensasse di restarsene chiuso in casa non dorme sonni tranquilli: il senato del Massachussets ha appena approvato una legge che permetta alla polizia di entrare in casa dei cittadini anche senza il mandato del giudice, per vaccinare di forza i bambini i cui genitori si fossero rifiutati di farlo spontaneamente. Per distinguere i vaccinati dai non-vaccinati sarebbe stato approntato – secondo una soldatessa “whistleblower” - una specie di braccialetto permanente, impossibile da rimuovere, che riporti chiaramente data e luogo della vaccinazione. Cos’altro cercheranno di metterci, in quel braccialetto, Dio solo lo sa. Fortunatamente, gli americani si stanno rivelando tutt’altro che disposti a farsi prendere in giro per l’ennesima volta dai loro governanti: molte madri stanno formando associazioni per impedire che i figli vengano vaccinati, un gruppo di infermiere dello stato di New York ha preferito licenziarsi dall’ospedale in cui lavorava piuttosto che farsi vaccinare (chissà perchè?), mentre la legge del Massachussets è stata accolta nel resto del paese con una rumorosa alzata di scudi: l’americano medio ritiene semplicemente inaccettabile la violazione del domicilio privato, la cui immunità è garantita dalla Costituzione. C’è quindi una doppia polarizzazione in corso negli Stati Uniti: quella destra-sinistra, fra progressisti e conservatori, esasperata dall’elezione di un nero alla Casa Bianca, e quella alto-basso, con il potere, arroccato dietro alla lobby farmaceutica, che tenta di imporre alla popolazione un ultimo salasso economico, nella forma di vaccino anti-influenza, che riservi naturalmente la sorpresa finale di aver ammalato milioni e milioni di cittadini perfettamente sani. Sembra quasi che si vada incontro ad una battaglia a tutto campo, dove i pochi cercheranno come al solito di schiacciare i molti, a meno che i molti trovino finalmente la forza di liberarsi per sempre dei pochi. Forse davvero il Grande Armageddon sta per iniziare.
Ministro Gelmini, le spiego perché il problema è lei, la lettera di Piergiorgio Odifreddi Piergiorgio Odifreddi
Il Fatto Quotidiano 1 ottobre 2009 Signor ministro, leggo (o meglio, mi hanno segnalato di leggere) su Il Giornale di famiglia del presidente del Consiglio che sabato scorso, alla sedicente Festa della Libertà organizzata dall'altrettanto sedicente Popolo della Libertà al Palalido di Milano, moderata (si fa per dire) dal condirettore dello stesso giornale, lei ha tuonato contro «l'intolleranza antisemita del superfluo matematico Piergiorgio Odi-freddi, ex docente baby pensionato», che ha osato restituire il Premio Peano «quest'anno assegnato a Giorgio Israel, ai suoi occhi colpevole di sionismo, ma soprattutto di essere consulente del ministro». Lei ha poi continuato, con stile e in punta di fioretto, dicendo che «gli imbecilli non mancano mai», e che «le parole di Odifreddi denotano razzismo, incapacità al confronto e stupidità». E ha terminato allargando il discorso, assimilando il mio gesto alla «modalità tipica della nostra sinistra, quella di combattere il governo e Silvio Berlusconi a qualunque prezzo, a costo di insultare allo stesso tempo la maggioranza dei cittadini che lo votano». Mi permetta di rispondere nel merito alle accuse che mi rivolge, fingendo che esse siano in buona fede e dettate dall'ignoranza dei fatti. Naturalmente non posso dir nulla sulla mia imbecillità e stupidità, e mi fido del suo giudizio: in fondo, lei è un valente avvocato che ha superato una difficile abilitazione a Reggio Calabria, dopo una laurea nella vicina Brescia e un precedente passaggio da un liceo pubblico a uno privato, mentre io sono soltanto un modesto docente universitario che ha vinto facili concorsi da assistente, associato e ordinario nell'Università pre-Gelmini, ed è poi andato in pensione dopo 38 anni e mezzo di servizio (e non dopo una sola legislatura in Parlamento). Ma non sono questi i motivi per cui io ritengo che la collaborazione con lei si configuri come una colpa, nè penso affatto che il governo di cui lei fa parte sia da combattere a qualunque prezzo: riconosco anzi, benchè dispiaciuto e vergognato, che Silvio Berlusconi abbia ricevuto una forte maggioranza e sia dunque democraticamente in diritto di governare il paese. Addirittura, pensi un po', vorrei che a farlo cadere fosse un giudizio elettorale sul suo operato politico, e non una campagna giornalistica sulle sue scopate con le escort: soprattutto quando questa campagna è spalleggiata dall'Avvenire, che ha usato ben altri pesi e misure per la pedofilia ecclesiastica e per la sua copertura da parte dell'allora cardinal Ratzinger. Il mio problema è proprio lei, signor ministro. E non tanto, o non solo, perchè ricopre una carica per la quale non ha la minima competenza, ma anzitutto e soprattutto per le innominabili motivazioni che hanno portato lei e la sua collega Mara Carfagna alla carica che ricoprite. Come vede, gli elettori che votano il suo partito o la sua coalizione non c'entrano proprio nulla, perchè non hanno eletto i ministri: c'entra invece la necessità etica di non collaborare con chi costituisce, nella Roma di oggi, l'analogo dei cavalli-senatori di Caligola nella Roma di ieri. Il professor Israel è naturalmente liberissimo di pensarla diversamente, ma lo sono anch'io di dissentire, e di non voler condividere con lui l'albo d'oro di un premio. Se questa mia dissociazione vi turba, è perchè non conoscete nè la democrazia nè la storia, anche scientifica. Ad esempio, quando negli anni del maccartismo Edward Teller collaborò con la commissione governativa che revocò l'autorizzazione di sicurezza nucleare a Robert Oppenheimer, la quasi totalità dei colleghi si dissociò da lui e gli tolse il saluto, ostracizzandolo della comunità dei fisici: in quell'occasione avreste attaccato pure loro, come ora attaccate me? La domanda è retorica, ma l'esempio non è campato in aria: Teller era infatti uno scienziato guerrafondaio e iperconservatore, della stessa pasta del Von Neumann al quale Israel ha dedicato la compiacente biografia che ha appunto ricevuto il Premio Peano. Ma ci sono altri motivi per dissociarsi da lui, oltre a quelli già accennati. Perchè, come ho detto espressamente nella mia lettera di rinuncia al premio, «le posizioni espresse da Israel in ambito politico, culturale e accademico sul suo blog, sul sito Informazione Corretta e in ripetuti interventi su Il Foglio e Il Giornale trascendono i limiti della normale dialettica, e si configurano come un pensiero fondamentalista col quale non intendo essere associato intellettualmente». Capisco ovviamente che quei due giornali, insieme a Libero e all'ala destra del Corriere, si siano sentiti chiamati in causa e abbiano immediatamente fatto quadrato intorno a Israel e contro di me. Ma mi sembra singolare che proprio da loro, e da lei, vengano accuse di razzismo e di intolleranza: non siete forse voi, la vostra coalizione e il vostro governo, a fomentare l'odio nei confronti degli immigrati in generale, e degli islamici in particolare, con parole e azioni ben più violente della democratica e innocua restituzione di un premio al mittente? Capisco anche, ma non accetto di giocarlo con voi, il subdolo gioco dell'equiparazione della critica a un ebreo come Israel, a un sito sionista come Informazione corretta, o a un governo israeliano come quello di Netanyau, con l'antisemitismo. E non lo accetto proprio perchè non sono razzista, e dunque non giudico a priori in base alla «razza» (ammesso che la parola abbia senso), ma a posteriori in base ai fatti: i razzisti veri sono altri, e cioè coloro per i quali tutti gli ebrei sono democratici, e tutti gli islamici fondamentalisti. E invece ci sono ebrei fondamentalisti e islamici democratici : negarlo significa fare di ogni erba un fascio, e a me i fasci non piacciono, di qualunque «razza» siano. Mi piacciono invece molti ebrei democratici, da Amos Luzzatto a Moni Ovadia a Noam Chomsky, dei quali sono amico, e sto benissimo anche con ebrei ortodossi come il premio Nobel per l'economia Robert Aumann. Sono i fondamentalisti che non mi piacciono, e se questo significa non essere simpatico a certa gente, compresa lei, sopravviverò bene ugualmente. Anzi, molto meglio che se fossi simpatico a loro e a lei.
postato da trotzkij alle ore 19:50
40 anni fa moriva Ho Chi Minh, un simbolo della lotta contro l'imperialismo
Il 2 settembre di 40 anni fa moriva Ho Chi Minh, considerato una delle principali figure della lotta contro l'imperialismo e per la liberazione dei popoli. Il rivoluzionario vietnamita e il suo popolo diventarono un simbolo della lotta contro il colonialismo e lo sfruttamento da parte delle potenze capitaliste internazionali del cosiddetto Terzo Mondo. Il suo nome è uno dei più importanti tra i grandi referenti mondiali della sinistra comunista, ben oltre le frontiere del suo Paese. Il trionfo vietnamita contro gli Stati Uniti dimostrò che era possibile sconfiggere l'imperialismo nonostante l'enorme disparità di risorse. Nel mondo intero grandi masse popolari si mobilitarono in solidarietà con la rivoluzione vietnamita e la figura di Ho Chi Minh raggiunse un meritato prestigio mondiale. L'esercito popolare organizzato da Ho Chi Minh sconfisse tre delle potenze imperialiste più forti del momento: Francia, Giappone e Stati Uniti. Queste non risparmiarono armi di distruzione di massa e massacrarono il popolo vietnamita. Ho Chi Minh sconfisse chi aveva cercato di opprimere e sfruttare il popolo, compresi gli Stati Uniti, che dominavano il mondo e che cercavano di imporre il capitalismo. Era nato il 19 maggio del 1890 ad Annam, nel nord dell'attuale Vietnam che all'epoca era già da 30 anni sotto l'occupazione coloniale francese, dei cui soprusi imperialisti fu testimone fin dalla più tenera infanzia. Figlio di un medico naturalista, studiò a Saigon. Dopo l'umiliazione della sua famiglia e la destituzione di suo padre dall'incarico di funzionario, decise di emigrare a causa delle dure condizioni sociali del Paese e dell'oppressione della potenza coloniale. Nel 1912, dopo un lungo e complicato viaggio, arrivò a Londra, dove lavorò per un misero salario per tre anni, come cameriere d'albergo e ritoccatore di fotografie, cosa che rese le sue convinzioni socialiste più solide. A Parigi prese contatto con i nascenti movimenti anticolonialisti e si iscrisse al Partito Socialista Francese, al cui congresso di Tours votò con la maggioranza internazionalista che decise di aderire alla III Internazionale. Assunse anche un ruolo rilevante come attivista, partecipando alla fondazione della Sezione Francese dell'Internazionale Comunista, poi ribattezzata Partito Comunista Francese (PCF). Cominciò a lavorare come redattore de L'Humanité e poi fondò il giornale Il Paria, dove scriveranno i dirigenti rivoluzionari dei Paesi coloniali. In questo contesto conobbe importanti personalità del marxismo e del movimento operaio internazionale. Qui iniziò una tappa fondamentale della sua vita, con un'enorme produzione intellettuale, compresa la sua attività di poeta. Nei suoi articoli e scritti è evidente il suo enorme impegno nella lotta contro l'imperialismo e l'oppressione dei popoli dominati dal colonialismo. Nella Conferenza di Versailles si mise in evidenza con i suoi interventi contro l'oppressione e a favore dell'uguaglianza di diritti per la colonia dell'Indocina. Da Parigi si trasferì a Mosca, dove entrò a far parte dell'Internazionale, e poi in Cina, per cooperare con il Partito Comunista Cinese, dove completò la sua formazione politica e militare. Nel 1927 fuggì dalla Cina dopo gli avvenimenti controrivoluzionari di quel Paese, entrando in clandestinità, dalla quale organizzò scioperi e sollevazioni armate nel Siam (attuale Thailandia), Birmania e Cina. Fondò il Partito Comunista del Vietnam nel 1930, ma poi venne arrestato di nuovo. Successivamente si verificò un inatteso cambiamento di dominazione perché l'Indocina, che era un dominio francese, diventò giapponese a seguito di un'invasione avvenuta in quello stesso anno. Nel 1940 venne liberato e ritornò al suo Paese, creando il Fronte per la Liberazione del Vietnam (Viet Minh) che lotterà per cinque anni contro l'occupazione fino all'espulsione dei giapponesi dal Vietnam. I nazionalisti cinesi occuparono il nord del Paese mentre le truppe inglesi entrarono da Sud. Anche i francesi volevano recuperare i loro domini coloniali, e tornarono a occupare il Paese mentre i guerriglieri vietnamiti respinsero i cinesi nel nord e liberarono quella zona. Il Vietminh dichiarò l'indipendenza il 2 settembre del 1945, e venne così fondata la Repubblica Democratica del Vietnam, ma i piani imperialisti per la regione non contemplavano l'indipendenza ma una nuova spartizione della zona tra le potenze capitaliste. Il 24 novembre del 1946 i francesi bombardarono Haiphong uccidendo migliaia di civili. Il popolo reagì il 19 dicembre con una insurrezione generale. L'esercito francese venne sconfitto e Ho Chi Minh fu proclamato primo presidente della Repubblica Democratica del Vietnam. Ma il Vietnam del Sud, sotto il comando di Ngo Dinh Diem, con l'appoggio degli Stati Uniti si rifiutò di convocare le elezioni di fronte alla prevedibile vittoria elettorale di Ho Chi Minh. Il generale Eisenhower credeva che l'80% dei vietnamiti avrebbero votato per Ho Chi Minh, per cui il Dipartimento di Stato nordamericano decise di fornire appoggio militare al Sud per contenere il comunismo e mantenere la sua influenza nella zona. Alla guerra contro la Francia seguì la guerra contro gli Stati Uniti. Ho Chi Minh promosse e ordinò il sostegno ai guerriglieri, formando il Fronte Nazionale di Liberazione (FNL) e i Viet Cong, nome che riceverà la sua guerriglia per la liberazione. Moriranno più di 5 milioni di vietnamiti e altri 3 milioni soffriranno gli effetti dell'agente Orange, una potente arma chimica. Durante la guerra vengono lanciate più di 7 milioni di tonnellate di bombe e 100 mila di sostanze chimiche tossiche. Ossia, più bombe di quelle lanciate durante la Seconda Guerra Mondiale. Ho Chi Minh morì il 2 settembre 1969, nella sua modesta casa di Hanoi all'età di 79 anni, per un arresto cardiaco. Morì senza vedere compiuta l'opera di una vita dedicata alla Rivoluzione. Per i vietnamiti fu lui a battere gli Stati Uniti, e si racconta che i carri armati vittoriosi portassero cartelli con la scritta: "Tu marcerai per sempre insieme a noi, Zio Ho".
David Arrabalí
Mundo Obrero
Le mobilitazioni dei professori precari lasciati senza incarico dalla Gelmini si espande in tutta Italia. E' cominiciata da Benevento la mobilitazione dei professori precari della scuola, lasciati senza cattedra dalla riforma del maestro unico del ministro Gelimini. Da alcuni giorni infatti i docenti precari si sono barricati sul tetto dell'ufficio scolastico regionale per difendere il proprio posto di lavoro, seguendo la scia delle mobilitazioni operaie del mese di agosto come quelle della Innse e della Lasme. Proprio in Campania è esplosa la rabbia dei precari con i tafferugli a Salerno nel tentativo di occupazione dell'Ufficio Scolastico Regionale, e poi a Napoli dove si sono registrati momenti di tensione per due giorni consecutivi proprio per la determinazione dei precari di barricarsi nel ex provveditorato agli studi. In tutta Italia si sta estendendo la mobilitazione dal Sud al Nord. In Campania si registra una delle situazioni più difficili con oltre 8.000 esuberi, e con una percentuale altissima di docenti costretti a fare domanda presso gli istituti scolastici del Nord, alimentando il flusso di emigrazione interna del paese. Molti insegnanti del Sud, che registra il più alto numero di tagli anche a causa del mancato calcolo della dispersione scolastica come fattore di valutazione nella formazione delle classi, riescono a prendere incarico solo nei comuni del Nord, dove gli insegnanti del territorio restano senza cattedra. Precari contro la Gelmini a Salerno - docenti prec... Oltre 57.000 in tutta Italia i docenti che rischiano il posto, e le mobilitazioni da Milano a Roma si alimentano giorno per giorno. A Roma i docenti si sono messi in mutande, a Milano si sono incatenati al provveditorato agli studi, sit-in davanti all'ufficio scolastico regionale a Torino, sit-in anche a Venezia ed a Palermo i precari hanno attrezzato un presidio permanente. Intanto per il 23 ottobre è stato proclamato dai sindacati di base il primo sciopero di categoria, ma fino a quella data le mobilitazioni spontanee dei precari rappresentano l'asse portante della lotta. Il ministero da parte sua invita inoltre ad ignorare la sentenza dal Tar che distribuisce diversamente le nomine. Se il Consiglio di Stato dovesse confermare però questa sentenza si rischierebbe il collasso amministrativo, con tutte le nomine da rifare ad anno scolastico abbondantemente iniziato. Una mobilitazione che si annuncia dunque determinata e radicata sui territorio, dove, in alcuni casi, gli effetti della riforma Gelimini rappresentano una vera e propria emergenza sociale.
Tratto da globalproject.info
ATTENTATI DINAMITARDI ALLA BORSA DI ATENE E SALONICCO
Atene - (Adnkronos) -
Le bombe sono esplose nelle prime ore del mattino. Nella capitale una telefonata ha annunciato la deflagrazione. Secondo gli inquirenti, si tratta di azioni di gruppi di sinistra. Due attentati dinamitardi sono stati compiuti in Grecia nelle prime ore del mattino, di fronte alla Borsa di Atene e a Salonicco e una donna è rimasta ferita. Nell'attentato di Atene, rivendicato con una telefonata a un quotidiano locale circa 40 minuti prima dell'esplosione, si sono verificati danni all'edificio della Borsa e sono andate distrutte almeno otto auto parcheggiate nei pressi. La donna rimasta ferita si stava recando a lavorare in un palazzo vicino alla Borsa. "Stiamo verificando i danni all'edificio", ha detto il presidente della Borsa Spyros Capralos. Quasi contemporaneamente, un'altra esplosione è avvenuta di fronte a un edificio governativo di Salonicco. Secondo gli inquirenti, dietro i due attentati ci sono gruppi di sinistra che nei mesi scorsi hanno compiuto diverse azioni contro polizia, banche, uffici governativi e una emittente privata. Di conseguenza, il governo di Costas Karamanlis è stato accusato di non essere in grado di proteggere i cittadini.
Obama come Bush imprigiona gli obiettori di coscienza
TORONTO — Molti li defiÂniscono, sbrigativamente, «disertori», altri preferiscono chiamarli «war resisters» (cioè resistenti, obiettori di coscienza contro i conflitti atÂtualmente in corso in Iraq e in Afghanistan): sono circa 220 i soldati americani che, rifiutando di combatÂtere per «una guerra ingiusta» hanno trovato rifuÂgio in Canada, a Toronto. Ma di loro solo il 50 per cento ha fatto richiesta al governo di Ottawa di residenza permanente nel Paese, non avendo alÂcuna intenzione di rimettere piede negli Stati UniÂti.
Il primo di questi, nei nostri incontri, è stato il soldato Jeremy Hinzman, che si è presentato alÂl’appuntamento — nel pub Einstein, frequentato da una combriccola di goliardi e vecchi lievemenÂte anarchici — col figlio Liam e la figlia Catie, otto mesi e gli occhi pieni di lacrime e spavento: «82esima Airborne Division — si autodefinisce subito con la sobrietà del militare a rapporto —. Ho firmato un contratto di 4 anni con l’esercito e sono stato subito destinato all’Iraq, dove c’era quel mostro di Saddam Hussein e dove c’erano anche, nascoste, centinaia di armi di distruzione di massa. Quest’ultima, una notizia falsa, gonfiaÂta dalla propaganda. Io sono un quacchero e la mia coscienza non mi consentiva di combattere più a lungo in una guerra che lo stesso presidente Obama ha definito 'stupida' e 'ingiusta'. E così, nel gennaio del 2004, ho passato il confine insieÂme a due compagni. Per me e per la mia famiglia è già stato emesso ordine di espulsione. Resto in attesa della decisione del governo federale».
Sulla vicenda dei «disertori» americani l’attegÂgiamento delle autorità canadesi è ambiguo. DoÂpo il ’69 e negli anni più ruggenti della guerra in Vietnam circa 55 mila soldati arruolati nell’eserciÂto degli Stati Uniti varcarono la frontiera (lunga 8.891 chilometri) e si rifugiarono in Canada, acÂcolti a braccia aperte dai canadesi e dal governo liberale di Pierre Trudeau, felice di offrire «un porÂto di pace» a quei ragazzi usciti incolumi ma avveÂlenati nell’intimo per aver combattuto una guerÂra in cui non credevano.
Venticinque anni, Jeremy Hinzman può vantarÂsi di essere il primo soldato americano ad aver messo piede su suolo canadese, a Toronto, nella regione Ontario. Ed è anche il primo ad aver afÂfrontato le autorità e il Canadian Immigration and Refugee Board per regolarizzare la propria poÂsizione come immigrato. Ma la sua richiesta di esÂsere accettato come «profugo politico» è stata reÂspinta. Lo stesso è accaduto a una cinquantina dell’Army e dell’Air Force americani che speravaÂno di ottenere la cittadinanza canadese. Il difensoÂre e paladino di questa legione straniera accampaÂta sulle sponde dell’Ontario è Jeffry House, un avÂvocato americano che si rifiutò di andare a comÂbattere in Vietnam ed ora vive a Toronto: «VengoÂno da me per chiedere aiuto — afferma — ed io posso fare ben poco. Ma definirli 'disertori' è viÂle. Sono semplicemente profughi di guerra».
Di tutt’altro parere è il ministro dell’ImmigraÂzione Jason Kenney e del suo governo presieduto da Stephen Harper, conservatore inflessibile. NeÂgli ultimi undici mesi l’opposizione ha promosso due mozioni per bloccare l’ordine di espulsione inflitto ai soldati yankee, ma non sono servite a nulla. La prima vittima di questa politica della duÂrezza è stato un giovane di 25 anni, Robin Long, che, disertando il campo di battaglia iracheno, tre anni or sono aveva raggiunto clandestinamente il Canada. Arrestato il 15 luglio del 2008, venne estradato negli Stati Uniti, dove la Corte marziale gli inflisse 15 mesi di detenzione: una pena lieve se si pensa a un disertore della Seconda guerra mondiale, Eddie Slovik, che venne fucilato.
Insieme a Hinzman, definito dai suoi superiori «un soldato esemplare», altri sono stati colpiti dall’ordine di espulsione e vivono nell’ansia, in attesa che venga loro comunicata la data del provÂvedimento.
Non senza difficoltà siamo riusciti ad avvicinare alcuni di questi poveretti costretti a rientrare in un Paese (il loro) che più non amano e che non li ama e dalla loro bocca sono uscite piccole storie, spesso amare e strazianti, oltre a parole di sfida, disgusto, indignazione. Dal temÂpo dell’invasione in Iraq, nel 2003, più di 25 mila soldati americani hanno disertato l’esercito Usa — un aumento dell’80 per cento rispetto al perioÂdo 1998-2003 — e che la maggioranza ha scelto il Canada come rifugio permanente.
Il disgustoso Bagnasco
Paolo De Gregorio, 29 agosto 2009
Il Cardinale Bagnasco definisce “disgustosa” la denuncia da parte del Giornale diretto da Vittorio Feltri (di proprietà del fratello di Berlusconi), di un fatto vero e documentato, cioè che il direttore del quotidiano cattolico “Avvenire” era stato in passato condannato per molestie di tipo omosessuale, nella più completa omertà dei mezzi di informazione e della Santa Sede. Naturalmente questo fatto è emerso non per ragioni di deontologia professionale o correttezza informativa (visto che il fatto risale a qualche anno fa), ma per rappresaglia agli attacchi portati dal direttore dell’Avvenire, Boffo, contro Berlusconi e la sua incerta morale. Immediata controrappresaglia del Vaticano che ha annullato il previsto incontro che doveva svolgersi a L’Aquila nell’ambito della festa della Perdonanza, tra il Cardinal Bertone e il traballante Cavaliere. La cosa veramente disgustosa, per uno Stato laico e per i suoi cittadini, è che il destino di un Presidente del Consiglio dipenda dal giudizio morale di una gerarchia vaticana, mantenuta con i soldi pubblici, che in fatto di morale non ha nulla da insegnare se solo si ricordano le migliaia di preti pedofili ed omosessuali processati per aver molestato minori, la vicenda di Marcinkus, i soldi sporchi riciclati dalla Banca Vaticana dello IOR, la ossessiva ingerenza nei fatti politici e le pressanti richieste di più soldi per le scuole cattoliche. Ma, in buona sostanza, tutta questa sceneggiata, che assomiglia ai teatrini della politica, ha un solo scopo di trovare un accordo, dove ci sarà un magnanimo perdono ecclesiale, in cambio di più denaro pubblico e vantaggi normativi (testamento biologico, pillola abortiva, ecc.) per il Vaticano. Il felpato Gianni Letta è già al lavoro. Il blocco storico che vede da sempre alleata la destra con il Vaticano non sarà scalfito da questa buriana. Certo che se Berlusconi saltasse perché il Vaticano ha deciso che è ormai impresentabile e indegno per la politica italiana, la “sinistra sparita” avrebbe poco da rallegrarsi, sarebbe il certificato della propria irrilevanza.
postato da trotzkij
MANIFESTO HACKER
•26 Agosto 2009 •
The Mentor
Ne è stato arrestato un’ altro oggi, è su tutti i giornali: “Ragazzo arrestato per crimine informatico”, “Hacker arrestato dopo essersi infiltrato in una banca”… Dannati ragazzini. Sono tutti uguali. Ma avete mai, con la vostra psicologia da due soldi e il vostro Tecno-cervello da anni 50, guardato dietro agli occhi dell’Hacker? Non vi siete mai chiesti cosa abbia fatto nascere la sua passione? Quale forza lo abbia creato, cosa può averlo forgiato? Io sono un Hacker, entrate nel mio mondo… Il mio è un mondo che inizia con la scuola… Sono più sveglio di molti altri ragazzi, quello che ci insegnano mi annoia… Dannato sottosviluppato. Sono tutti uguali. Io sono alle Junior School, o alle High School. Ho ascoltato gli insegnanti spiegare per quindici volte come ridurre una frazione, l’ho capito. “No, Ms. Smith, io non mostro il mio lavoro. E’ tutto nella mia testa…” Dannato bambino. Probabilmente lo ha copiato. Sono tutti uguali. Ho fatto una scoperta oggi. Ho trovato un computer. Aspetta un momento, questo è incredibile! Fa esattamente quello che voglio. Se commetto un errore, è perchè io ho sbagliato, non perchè io non gli piaccio… O perchè si senta minacciato da me… O perchè pensi che io sia un coglione… O perchè non gli piace insegnare e vorrebbe essere da un’altra parte… Dannato bambino. Tutto quello che fa è giocare. Sono tutti uguali. Poi è successa una cosa… una porta si è aperta su un mondo… correndo attraverso le linee telefoniche come l’eroina nelle vene di un tossicomane, un impulso elettronico è stato spedito, un rifugio dagli incompetenti di ogni giorno è stato trovato, una tastiera è stata scoperta. “Questo è il luogo a cui appartengo…” Io conosco tutti qui… non ci siamo mai incontrati, non abbiamo mai parlato faccia a faccia , non ho mai ascoltato le loro voci… però conosco tutti. Dannato bambino. Si è allacciato nuovamente alla linea telefonica. Sono tutti uguali. Ci potete scommettere il culo che siamo tutti uguali… noi siamo stati nutriti con cibo da bambini alla scuola mentre bravamamo una bistecca… i pezzi di cibo che ci avete dato erano già stati masticati e senza sapore. Noi siamo stati dominati da sadici e ignoranti, dagli indifferenti. I pochi che avevano qualcosa da insegnarci trovavano in noi volenterosi allievi, ma queste persone sono come goccie d’acqua nel deserto. Ora è questo il nostro mondo… il mondo dell’elettrone e dello switch, la bellezza del baud. Noi facciamo uso di un servizio già esistente che non costerebbe nulla se non fosse controllato da approfittatori ingordi, e voi ci chiamate criminali. Noi esploriamo… e ci chiamate criminali. Noi cerchiamo conoscenza… e ci chiamate criminali. Noi esistiamo senza colore di pelle, nazionalità, credi religiosi e ci chiamate criminali. Voi costruite bombe atomiche, finanziate guerre, uccidete, ingannate e mentite e cercate di farci credere che lo fate per il nostro bene, e poi siamo noi i criminali. Si, io sono un criminale. Il mio crimine è la mia curiosità. Il mio crimine è quello che i giurati pensano e sanno non quello che guardano. Il mio crimine è quello di scovare qualche vostro segreto, qualcosa che non vi farà mai dimenticare il mio nome. Io sono un Hacker e questo è il mio manifesto.
Potete anche fermare me, ma non potete fermarci tutti… Dopo tutto, “Siamo tutti uguali”.
“Hacker Kulture For All”
http://www.dvara.net/HK/mentoritalia.asp