Aiuto la Crisi!
La puntata di ieri sera di AnnoZero (11/12/2008) dovrebbe far riflettere quanti hanno avuto modo di guardarla. Il centro dell'attenzione per chi cerca di fare giornalismo resta la crisi economica. Si mettono in mostra i drammi familiari e sociali dei lavoratori in cassa integrazione, dei disoccupati, dei precari. Si mostra il lato umano e concreto della crisi economica, un lato che impressiona molto più delle nude cifre del disastro. Ciò che risulta essere notevolmente interessante è il modo con cui gli esperti del capitalismo, gli emeriti ed illustri docenti di economia, affrontano l'argomento e come i politici rispondono. Ogni crisi del capitalismo porta i suoi adoratori a scontrasi contro una banale verità: il mercato non si regolamenta da solo. Capiamo benissimo la difficoltà di accettare questo fatto, ma è semplicemente così. Il capitalismo, lasciato libero di percorrere la sua naturale traiettoria senza reti di salvataggio, distrugge se stesso. Il mercato, espressione dei meccanismi di funzionamento del capitalismo, se posto come dogma assoluto porta alla crisi. Dovrebbe forse far riflettere questi eminenti studiosi il fatto che, allo scoccare della crisi economica, il capitalismo ha bisogno di negare se stesso per sopravvivere. Ciclicamente gli stati liberalizzano e privatizzano beni pubblici, servizi e diritti; aiutano le imprese tagliando il “costo del lavoro”, cioè salari, pensioni e spese per la sicurezza; eliminano quelle leggi che pongono sotto controllo la disuguaglianza sociale, cioè le tasse di successione e le imposte progressive; limano le costituzioni ed i codici per liberare da orpelli burocratici l'azione delle imprese, cioè trasferiscono potere dalla cosa pubblica ai consigli di amministrazione del capitale. Ciclicamente, dopo periodi di intenso liberismo, si verificano crisi sistemiche che portano al crollo della produzione, a licenziamenti di massa, al crollo dei consumi interni, ad una brusca frenata del commercio internazionale, ad un calo degli investimenti, eccetera. Ciclicamente i liberisti di ieri si trasformano per magia nei più accaniti sostenitori dell'investimento statale. Improvvisamente è lo stato a dover far fronte ai debiti dei privati, ai fallimenti, ai licenziamenti. Lo stato deve diventare il garante dell'economia, ed i governi devono agire tempestivamente per salvare imprenditori e banchieri, azionisti e manager, padroni e lacchè si sarebbe detto un secolo fa. I provvedimenti che solo un mese addietro sarebbero stati considerati rivoluzionari e comunisti, oggi sono la ricetta medica prescritta dalla élite accademica. Francesco Giavazzi, docente illustre dell'Università Bocconi di Milano, spiega benissimo il ruolo dello stato: durante i periodi di ricchezza lo stato deve ridurre il debito pubblico, durante i periodi di crisi deve spendere per alimentare l'economia. Cerchiamo adesso di tradurre nella nostra lingua questi due concetti: durante i periodi di stabilità economica i lavoratori devono essere spremuti per pagare i debiti pubblici degli stati, mentre durante i periodi di crisi i lavoratori devono essere spremuti per iniettare capitale nel sistema, creando i debiti pubblici che poi dovranno essere sanati successivamente. Indovinate come? Spremendo i lavoratori. Il ragionamento di Giavazzi, e di tutti gli altri economisti come lui, non è sbagliato. Egli ha spiegato con chiarezza qual'è il ruolo dell'essere umano all'interno del sistema capitalistico: un accessorio che serve per propagare il capitalismo nel tempo. Non esiste il tempo del meritato riposo. L'essere umano lavora per sanare la crisi del capitalismo, e poi lavora per sanare lo stato affinché esso possa sanare la prossima crisi. E così via nei secoli. Il ragionamento è corretto, e noi non lo rifiuteremo. Ciò che rifiuteremo è il punto di vista degli economisti, cioè il punto di vista del capitale. Il nostro punto di vista, da lavoratori e da esseri umani, è completamente differente. A noi poco interessa il nome del sistema economico, e in nome di cosa dovremmo fare eterni sacrifici. Ciò che interessa a noi è la nostra miseria e la nostra disperazione. A noi non interessa che il capitalismo si propaghi in eterno, a noi interessa avere la possibilità di vivere in serenità, lavorando, garantendo un futuro ai nostri figli possibilmente preservando l'ecosistema terrestre. Qual'è dunque il vantaggio di dedicare la propria vita al riassestamento ciclico del capitalismo? Dobbiamo pagare la crisi? Se ciò può salvare il nostro lavoro che sia, ma che vantaggio traiamo nel ripristinare il ciclo? Dobbiamo sputare lacrime e sangue oggi per avere il privilegio di sputarne altre in seguito? La scelta più ovvia, da un punto di vista razionale e logico, è superare la crisi ponendo le basi di un sistema diverso, invece di ricostruire il vecchio gettando i presupposti per il prossimo terremoto finanziario. Se lo stato è costretto a investire nell'economia per evitare il collasso della società, si doti degli strumenti per controllare in modo efficiente i propri investimenti. Se lo stato è costretto ad accollarsi i debiti di una società in bancarotta, che si accolli anche i futuri utili, affidando ai lavoratori il timone dell'impresa statalizzata. Se è l'ingovernabile mercato finanziario ad aver provocato il fallimento delle banche, che lo stato fornisca un sistema di credito pubblico, gestito in modo trasparente e moderno, al riparo dalle speculazioni. Dobbiamo regalare incentivi alle aziende per spingerle a fare ricerca? Ma non è molto più semplice finanziare direttamente la ricerca pubblica? Che il CNR e le Università ricevano lauti fondi, che il loro funzionamento sia reso trasparente per il cittadino (al fine di eliminare sprechi e privilegi), e che si sblocchi il mondo del sapere usando licenze e brevetti aperti. Dobbiamo vedere ulteriormente compressi i nostri salari perché dobbiamo fare la nostra parte all'interno del “sistema Italia”? Che l'azienda diventi allora una cooperativa di lavoratori, e che essi siano in grado di prendere decisioni dal momento che sono chiamati in causa per pagare quando c'è da pagare. Se lacrime e sangue dobbiamo sputare, che ciò avvenga per la costruzione di strutture permanenti che rivoluzionino il sistema in modo definitivo, e che non siano invece sacrifici sprecati.
Inviato a Senza Soste da Daniele Maccioni

Il nano di Arcore è un'arma di distrazione di massa....
Vi sembra normale che in questo paese non si faccia altro che parlare di una mezza tacca e dei suoi problemi con i giudici? Giornali, riviste (più o meno patinate), tv (pubbliche e private) non fanno altro che riportare notizie delle esternazioni, dei processi, delle voglie sessuali di mister tubo catodico. Mentre il capitalismo italiano e mondiale è in caduta libera, il petrolio supera i 140 dollari al barile, la Confindustria ordina l'assalto alla pubblica amministrazione e la regressione dei diritti, delle garanzie sociali, la riduzione dei salari, la totale flessibilità e la militarizzazione del territorio il dibattito politico è tutto incentrato sull'immunità alle "alte" cariche dello stato, se è giusto o no processare il nano-erotomane. Tutto questo mentre salgono i prezzi dei generi alimentari, dell'energia, della benzina, dei trasporti, delle tasse comunali ecc.. Parlare del nano di Arcore e non dire nulla sulle reali condizioni di vita dei proletari è il compito assunto dai giornali che sono in mano ai grandi gruppi finanziari, alle banche e ai grandi gruppi industriali. E così passano leggi che serviranno alla borghesia per mobilitare il consenso per le nuove avventure militari. Intanto i ricchi borghesi sguazzano nel lusso più sfrenato. Frida Giannini, direttore creativo di Gucci dichiara: "Mai come in questa stagione si è visto tanto lusso, chi ha grandi possibilità economiche entra nei nostri 200 negozi e compra proprio quello che costa di più". Le famiglie degli operai tirano a campare e loro, i borghesi, non hanno più freni inibitori e si concedono al lusso più sfrenato. La ricchezza prodotta dai proletari finisce sempre di più nelle tasche dei borghesi; Ai lavoratori poche briciole. Il nano di Arcore è proprio un'arma di distrazione di massa.
Più soldi in busta paga
meno ore di lavoro
no alla precarietà
salario sociale per le casalinghe e i giovani